Il primo viaggio in Sudamerica avviene nell'estate del 1955. Riceve dall'Università di Ginevra un incarico di ricerca per studiare un tipo specifico di formiche nella foresta amazzonica (ricordiamolo: la prima laurea di Manzi fu in Biologia!).
Ci vuole poco, davvero poco, perché la sua attenzione si sposti dagli insetti agli esseri umani: a quei tempi, in paesi come Ecuador, Perù e Bolivia, valeva ancora il detto “Meno sai, meno problemi dai”. La repressione dell'alfabetizzazione rurale era all’ordine del giorno e aveva una precisa funzione politico-economica: gli analfabeti non potevano votare, non potevano iscriversi ai sindacati, rimanevano emarginati ed erano facilmente sfruttabili dalle multinazionali. Cosa c’era di più conveniente, per chi controllava l'estrazione di argento, caucciù e rame, che avere manodopera ignorante, disorganizzata e senza diritti?
Proprio per queste ragioni, chi insegnava a leggere, scrivere e far di conto era considerato un sovversivo e rischiava dalle botte, quelle forti, fino all'arresto.
A Manzi, però, le cose proibite piacevano da morire. Ce lo dice lui stesso, nell'intervista depositata al Dipartimento di Scienze dell'Educazione dell'Università di Bologna:
"Siccome si trattava di una cosa proibita, mi attirò; così io andavo ogni anno, nel mese di luglio o di agosto, dipendeva da quando c'era un posto libero sull'Alitalia... Avevo parlato con il direttore dell'Alitalia, che mi chiamava quando c'era questa possibilità e mi faceva pagare solo le spese dell'assicurazione [...] A volte restavo 20 giorni, altre volte 40; andavo sull'altopiano andino, in Perù, facevo scuola a una quindicina di indios, insegnavo l'alfabeto, a leggere e scrivere in spagnolo, arrangiandomi come potevo; poi loro insegnavano ad altri."
In Brasile, proprio in quegli anni, Paulo Freire iniziava le sue prime sperimentazioni della pedagogia degli oppressi. Manzi non lo sapeva, ma la sua pratica educativa era strettamente legata alle ricerche del pedagogista brasiliano, per il quale l'atto di imparare a leggere non era fine a se stesso, ma occasione di coscientizzazione e strumento di liberazione dalla consapevolezza della propria oppressione. Manzi lotta, ogni estate, per dare voce agli ultimi e per affrancarli da un'obbedienza cieca e muta. Inizia da solo, ma - grazie anche al successo del programma televisivo - presto inizia ad avere compagnia:
"Questa esperienza è andata avanti per circa vent'anni, fino al 1977. Dopo i primi anni, però, non sono andato più solo: attraverso il programma radiofonico, molti ragazzi, studenti universitari specialmente di Roma, ma anche di Bologna, Torino, mi chiedevano se potevo portarli con me. Non tutti insegnavano a leggere e scrivere, se c'era uno studente di medicina, insegnava le norme igieniche, il pronto soccorso... Ognuno dava quel che poteva. [...]"
"[...] Poi cominciarono ad accusarci di essere guevaristi, oppure papisti o un qualunque accidente che finiva in «isti», per cui iniziarono ad arrestare dei gruppetti e io non me la sentivo più di rischiare la vita di questi ragazzi. Fu allora che intervennero i salesiani [...]"
La situazione si fa sempre più pericolosa. Iniziano le prime minacce e violenze. Manzi non può più agire da solo. Potrebbe smettere di passare le estati a rischiare la pelle, ma quel fuoco che arde in lui lo richiama lì, ogni anno, ricordandogli la sua missione. Trova nuove persone a cui affidarsi.
Due - in particolare - sono quelle da tenere a mente: Don Giulio Pianiello, missionario salesiano, che diventerà suo amico e collaboratore stretto, e Hernan, tedesco, appartentemente muto (lo stesso Manzi non ci credeva), che si era arruolato nell'Esercito di Liberazione Nazionale Boliviano (ELN).
Iniziano così le avventure di un maestro, un prete e un guerrigliero, uniti da un profondo vincolo di amicizia e animati, nel profondo, da una sentita lotta per la giustizia sociale.